Sono le 3 di notte di un inverno fiorentino, ci aggiriamo con delle biciclette che sono quasi di sicuro
state rubate. Le lasciamo legate da qualche parte, ci andiamo a sedere sui triangoli di Ponte Santa
Trinita. Furio li chiama così, triangoli; hanno effettivamente questa forma: sono la sommità dei piloni
che reggono il ponte e sporgono in fuori, verso il fiume. Sono a portata di gambe. Noi siamo fuori
dalla legge, perché qui non ci si può sedere. Questo succede quando si modellano le leggi sugli
americani ubriachi, dice Furio. Non capiscono che lì, su quei triangoli che reggono il ponte da secoli,
ci puoi stare tranquillamente a sedere senza cadere nell’Arno gelido di gennaio.
Io e Furio siamo soli. Ho 13 anni e non so cosa pensare, tutto mi spiazza. Dal freddo sulle guance
alle case universitarie, piene di rumori, di grida.
C’era di sicuro odore di rimorsi sparso sulle pareti e odore di ricordi nel giardino. C’era il sole sul
Lungarno ed eravamo liberi di respirare il puzzo di piedi di uno dei coinquilini. Quando ti puzzano i
piedi, il più delle volte non lo sai. Se lo sai e non fai niente sei uno stronzo, eppure mi rendo conto che
può esistere chi non se ne accorge. Io ho una giacca troppo leggera e gli occhi pieni di domande: sia
sul lungarno, sia sui triangoli, sia sulla puzza di piedi, mi chiedo che cosa farò. Ma ho ancora del
tempo.
La stanza degli universitari è, manco a dirlo, condivisa. Sembrano viverci in due ma potranno essere
sette, otto. Ci sono solo poche scarpe, troppe mutande in cattivo stato e delle lenzuola che
evidentemente hanno partecipato a qualcosa di torbido. Me lo chiedo, ma al momento, l’ho già detto,
non ho risposte. Solo domande.
Ho 25 anni e non so se sono mai stato a Firenze in vita mia. Ho un cuore fragile e le ossa vuote.
Posso volare oltre i pregiudizi, ma spesso resto ancorato alle paure. Solo la notte, quando non
dormo, sogno di sparare alle stelle e vederle cadere nell’Arno, che non conosco.
Sono le 20.30 e siamo una compagine sparpagliata di disagio. Io, Furio, un ultrà, un chitarrista coi
capelli frisée, un milanista che cerca di non farsi uccidere e un portoghese. Siamo a cena e tutti
parlano di calcio. Io anche, ma nessuno mi ascolta. Forse non sto parlando, sto solo immaginando.
Effettivamente dalla mia bocca non esce nulla, ma io lo so che sto parlando.
Il frisée porta con sé una chitarra. Al ristorante.
In fila al bagno c’è un uomo alto almeno un metro e novanta, coi capelli a caschetto e lo sguardo di
chi svolge un lavoro umile. Firma un autografo e sorride, anche se si vede che pensa ad altro. Noi ci
sentiamo piccoli e pieni di fessure che diventeranno crepe.
Ho 15 anni e sono innamorato. Mi butterei da un ponte per provarlo e forse l’ho fatto. Prendo molti
treni e mi sposto per amore. Corro sui binari e inseguo i miei ritardi, ma scivolo e perdo i denti.
Raccogliendoli e contandoli sono di nuovo in ritardo e nessuno mi perdonerà stavolta.
Affoghiamo nel vino della casa, anche se io bevo ma non bevo. Nella mia mente sono sul Lungarno e
penso a che cosa abbiano partecipato quelle lenzuola; forse a qualcosa che un giorno farò anch’io,
forse qualcosa che non mi auguro di fare.
Il ristorante è tempestato di cliché e l’uomo col caschetto lo sa. Col suo sguardo, quello di prima, ora
si è messo a sedere, e continua a firmare autografi.
Io penso alla chitarra nella custodia, al silenzio e al rumore che sta custodendo.
Il ragazzo portoghese non ha età, a quanto pare. Guarda solo il piatto e poco più. Non parla o forse
come me sta parlando ma nessuno sente. Ai tempi ci sembrava facile sentire una lingua diversa dalla
nostra, oggi sembra sia diventato un reato.
Il milanista a tavola beve più di me, ma meno di Furio. Il portoghese beve più di Furio e del milanista,
ma meno del chitarrista che dice di essere astemio. Il chitarrista è composto e impenetrabile, porta
l’odore di muffa che si posa sulle questioni irrisolte. Ne ha da vendere dice e noi forse ci crediamo. Io
di sicuro, ho l’età per credere a tutto ormai.
Ho 30 anni e credo di conoscere l’amore, almeno alcune forme d’amore. Scoprirò che è proprio così.
Conosco il mio amore e ho capito che sono riuscito a sentirmi amato. Da tutti quelli di cui almeno mi
sono interessato davvero, da tutti quelli che per un secondo mi hanno aperto le braccia.
L’ultrà a cena ha bevuto e beve più di tutti, anche più del portoghese, che beve più di Furio. Non
sembra avere filtri di alcun genere e dalla sua bocca escono anche le parole che dico io, ma che
nessuno sente. Sembra un uomo che non ha mai avuto rimorsi, di quelli che hanno sempre e solo
guardato dritto, invadendo le corsie altrui e seminando gramigna per il piccolo mondo che gli è stato
regalato.
Siamo fuori dalla porta. Furio fuma la novantesima sigaretta della giornata; anche il portoghese fuma
molto, in silenzio.
Ho 21 anni e sono già in ritardo con l’università. Mi sveglio ogni giorno col piede sbagliato, pensando
a chi sarà il mio boia oggi. Ho il completo disprezzo dell’istituzione a cui sto regalando i miei anni e i
soldi di qualcun altro.
Il ristorante è lontano anni luce e siamo rimasti in pochi. Furio mi porta in un corridoio pieno di voci,
con delle abat-jour evidentemente rubate in un garage polveroso. Le voci, a volte, hanno anche dei
volti e mi strizzano le guance. Sono la mascotte di una riunione in un corridoio in penombra.
Qualcuno in fondo alla strettoia sta suonando My funny Valentine e mi viene da piangere anche se
non so che canzone sia.
Ora Furio è sparito e io sono piccolo come una pulce.
Sono qui ma siamo sui triangoli del ponte e non ho voglia di alzarmi, di vedere la prossima alba che
mi porterà via da questo momento. Sto capendo quanto volte posso permettermi di sbagliare anche
se ho perso il conto e forse ho già esagerato. Vorrei sbagliarmi un’ultima volta e non scusarmi con
nessuno. Non lasciare giustificazioni o biglietti. Essere nel torto e non doverlo spiegare.
Ho 24 anni e parlo un’altra lingua. Calpesto pavimenti di fine Ottocento e convivo con un pirata
ubriaco. Ha arredato la stanza con una bottiglia di whisky e un poster di nudo vintage. La casa è
soffocata dai litigi degli inquilini più piccoli che si tirano bicchieri nel corridoio. Io ho solo voglia di un
abbraccio che duri tutta la vita.
In fondo al corridoio Furio ha iniziato a suonare Paolo Conte, stonando lo stonabile e bevendo quel
che non aveva bevuto a cena. Io barcollo per le troppe attenzioni e vorrei essere tra le lenzuola del
Lungarno o sul treno che mi porterà via, per essere di nuovo in ritardo per qualcosa.
Le abat-jour si spengono e il corridoio è inondato di neon crudeli e impietosi che non ci lasciano
scampo. Ho solo voglia di saltare fuori dalla porta e correre sull’asfalto bagnato fino a casa di
qualcuno. Suonare e chiedere perché non è qui in strada a correre con me.
Ho 17 anni e perdo tempo nei corridoi di una scuola di provincia. Mi rimproverano tutti e nessuno ha
compassione di me. Io so di essere uno stronzo, ma ancora non ho gli strumenti per capire quanto.
Urlo alla finestra per vedere dove arriva la mia voce che ormai s’è fatta grande. Posso rappresentarmi
e lo farò, mi dico, non appena avrò esaurito il mio tempo tra i banchi consunti.
A casa non ci vogliamo andare ed è qui che arrivano le bici. Ci portano dove non sappiamo e noi
vogliamo solo andare dove ci ritroveremo più stanchi. Eccoli allora, i triangoli, umidi e misteriosi nel
buio di una notte gloriosa. Ma stare seduti è ormai stancante e io oggi ho davvero voglia di alzarmi in
piedi.
Noi abbiamo infranto le regole dei triangoli e siamo degli eroi, questo mi basta. Appoggio i piedi sul
bagnato e quasi scivolo nel fiume. Furio mi prende per un polso e mi rimette a sedere.
Stanotte ho davvero 13 anni e voglio guardare dove non arrivano i miei occhi, ho voglia di un
abbraccio lungo una vita, voglia di piccole crepe tra me e i sistemi del mondo, voglia di un amore che
conosco e di uno che ho perso. Ho voglia di dire al mondo che forse non avrò mai più 13 anni.