Ho sentito dire che quelli come me muoiono due volte. Aspettando la seconda, che forse sarà
quella definitiva, posso raccontare la prima, nella speranza che qualche passante ascolti le mie
parole.
Abbandonai il mondo lentamente, accompagnato dal roboante silenzio delle fiamme che mi
avvolse d’improvviso. Qualcuno disse che ero stato aggredito di proposito, qualcun altro che ero
perito sotto una bomba. Era il 1943 e la luce vermiglia e spietata mi sorprese con vigore
inaspettato, implacabile e grottesco. Ricordo che quando iniziai a sentire la mia colonna vertebrale
cedere, capii che solo una breve agonia mi separava dal niente, in quella notte fredda e asciutta di
gennaio. Le mie coste robuste, la struttura salda, la mia estetica ricercata si stavano dissolvendo in
cenere, scricchiolando di intenso dolore tra le fiamme. Polvere grigia, ecco cosa stavo diventando.
Un ammasso indistinto di particelle inconsistenti, ultima testimonianza della mia esistenza
terrena. Non era forse il destino di ogni donna e uomo che avessi mai incontrato? Gli stessi che
avevo intrattenuto con i miei argomenti brillanti, le mie idee talvolta contraddittorie, la mia
variopinta spensieratezza. Stare in mia compagnia, a dire di molti, era come bere a una sorgente
cristallina. Ma di vino, e di quello buono.
Era con me che tanti di loro barattavano nebbiosi pensieri per un’ora o due di intellettuale piacere
o di distratto intrattenimento. Le ore “sospese”, le avevo chiamate io. Sospese dall’incertezza, dai
doveri coniugali, da quelli lavorativi, dalla tristezza, dalle cambiali, dalla noia. Sospese dalla realtà.
Ecco, quando decisi di attribuire un aggettivo al tempo che tal signori passavano in mia
compagnia, scelsi senza indugio “sospeso”. Ricordo che lo feci perché sapevo che suspensum in
Latino indicava il sollevare un peso da terra per portarlo in aria, interrompendo il suo rapporto con
la gravità. Volevo proprio sottolineare quanto il tempo passato insieme interrompeva il rapporto
dei miei conoscenti con la gravità delle proprie vite. Certo non perennemente, sarebbe stata
un’utopia il solo pensarlo, ma per chi era dotato di una sensibilità particolare la mia compagnia
poteva dare più sollievo della più efficace medicina. Le mie affermazioni, badate bene, non
peccavano di presunzione ma attingevano direttamente dai cuori dei miei sinceri accompagnatori.
E poi, cosa rimane del concetto di presunzione per chi si è ormai consumato dentro a un fuoco? Le
lingue infernali che mi divorarono le ossa non indugiarono certo pensando di esser presuntuose
nel distruggermi.
Non chiesi mai a nessuno denaro in cambio del mio tempo. O meglio, il denaro lo lasciavo ai miei,
che dir si voglia, amministratori, o direttori. E anche da loro ero benvoluto. I soldi non erano certo
argomento che mi interessava. Mi interessavano solo quelle ore sospese. A tal punto che le
regalavo ripagato interamente dal serafico sorriso che scorgevo sui volti di chi mi sceglieva per un
centinaio di minuti. Ricordo ancora quegli sguardi, quelle parole mai nate e quelle nate con tanta
sicurezza da morire in rapide azioni. Il brusìo delle folle in attesa di passare il loro tempo in mia
compagnia, involucro di un’altra attesa, ben più intima e concentrata, di alcuni eletti che, per fato,
talento o merito, celebravano con me un rapporto esclusivo e, pertanto, da tanti ammirato. O
criticato. Ero appagato dalla vita brulicante che mi circondava e riempiva i miei giorni, fino alle
tarde ore della sera. Mi affascinava osservare gli intrecci invisibili che legavano le anime dei miei
conoscenti: amori nascosti e non convenzionali, desideri celati, interessi sopiti che tanto più
venivano respinti tanto più veementemente si ripresentavano nelle intenzioni di chi li provava. Mi
emozionava scorgere il distillato cristallino che si animava nei loro cuori quando assistevamo
insieme a spettacoli ed opere musicali. Fui io stesso sospeso, nella spensieratezza di quei giorni,
dall’idea della fine, che mai avrei creduto realizzarsi. Quanto mi sbagliavo!
L’urgenza della morte, ormai conclamata dai lapilli che danzavano sulla mia pelle, mi spinse a
dedicare un estremo pensiero a mio padre Vincenzo, dei Matteini, che mi vide nascere nell’estate
del 1860. Ripensai a quanto da piccolo, nella mia semplicità, fossi amato tanto da crescere in
fretta, forte ed aggraziato, seguendo i dettami estetici dell’epoca, del ferro e del vetro. Tanti
volevano fare la mia conoscenza, tanti esibirsi sul mio palco. Amavo organizzare le feste da ballo,
gli spettacoli equestri, far orchestrare l’imponenza della musica. In particolare mi incantava la
Tosca, di Puccini, che vidi ed ascoltai gelosamente tante e tante volte. E con me i miei avventori. Li
ospitavo, dapprima su parche sedute in legno, poi, quando crebbi in eleganza, in accoglienti palchi.
Venticinque, rivestiti in velluto rosso. Da uno di questi si affacciò a parlare Giuseppe Garibaldi,
arringando la folla estatica.
Fu proprio mentre cercavo di ricordare le sue parole, così infiammate e ardenti, che lo stesso
vigore tradotto nell’incendio sormontò il mio capo. Caddi così, abbandonandomi alla polvere
grigia. “È crollato!!!” “L’incendio l’ha distrutto!” Sentivo urlare. Ero morto mentre attorno a me
tanti mi gettavano acqua e sabbia addosso, invano. Fra di loro c’era il direttore di allora, il volto
scosso e paonazzo, gli occhi lucidi e le mani affondate nei capelli sudici di cenere. Con voce rotta
dai singhiozzi esclamò “Il teatro Politeama di Pistoia, il mio gioiello, non esiste più!”. Le sue parole
furono il rintocco che accompagnò la mia fine.
Sprofondai nell’incertezza, conscio del fatto che non sarei più esistito. Ero morto! Da teatro, luogo
dell’amore e dell’arte, a cenere, e in una sola notte. Ricordo che in quel momento l’unico conforto
a cui mi aggrappai con tanta disperazione quanta curiosità fu l’ipotesi di un Aldilà, talvolta
nominato da coloro che conoscevo. Provai quindi ad aspettarmi di veder comparire una qualche
luce, nella speranza della Fede, o di abbracciare il buio totale, nella possibilità della sua assenza.
Attesi. Ma non successe niente, se non che le fiamme, lentamente e dopo avermi consumato, si
spensero. Coloro che avevano provato a domare l’incendio se ne andarono sconsolati e coperti di
fuliggine, il direttore indugiò in ginocchio davanti a quanto restava di me: cenere e qualche trave
annerita, brandelli di poltrone e velluto bruciacchiato, fumo denso. E la mia anima, intangibile, che
continuava a voler restare accanto a tutto ciò, in attesa di un “dopo”.
Attesi. E attesi ancora, tanto che i giorni passarono, e le settimane, e i mesi. E si accumularono in
anni. Sentivo dire che era inutile ricostruirmi, che non era possibile ormai, che mancavano i soldi,
proprio quelli di cui non mi era mai importato.
Con la stessa lentezza con cui la mia anima prendeva coscienza dell’irreversibilità del mio limbo, le
mie ceneri vennero spazzate via, i miei detriti smantellati, cadde la pioggia, cadde la neve, caddero
tutti i miei conoscenti falciati dal tempo. E continuai ad attendere, lasciando che la speranza e la
curiosità che mi alimentavano si trasformassero in rassegnazione: quella che pensavo fosse la
morte mutò in forse in qualcosa di peggiore, l’essere dimenticato.
È passato quasi un secolo da quando sono morto. Del mio vuoto ne hanno fatto parcheggio, i miei
ricordi riecheggiano disorientati in tutto questo spazio. Di me rimangono le logge, numeri 21 e 23
di via del Can Bianco, le stesse davanti alle quali i miei cari si accalcavano per assistere a un mio
spettacolo.
E tu, passante, se odi un flebile lamento sussurrare il mio racconto in questo luogo dimenticato,
soffermati a ricordare il teatro Politeama e la sua variopinta vita: forse sul tuo viso rivedrò di
nuovo uno di quei sorrisi sospesi che tanto ho amato.