Mia madre diceva che, già in pancia, ballavo moltissimo. Diceva che succedeva perfino al quarto mese e che, affinché mi potesse sentire, corpicino piccolo in un mare grande, dovevo avere gambe lunghe ed elastiche che slanciavo agili nel mare amniotico fino a toccare le pareti della sua pelle con la punta dei piedi. Mia madre, nel corso della mia vita, mi ha sempre ripetuto: non importa quanto posto c’è, conta lo spazio che ti sai prendere. Dovevo averlo ben chiaro già da allora quando, con le braccia e con le gambe, facevo mio un luogo minimo che non mi apparteneva.
Un giorno, a vent’anni, sono caduta. Mi hanno raccolta da terra rigida, a pancia in giù, davanti all’entrata del bar Cristallo, con una guancia spalmata sul cemento. Ma com’è che sei cascata, mi hanno detto, su un tratto di marciapiede dalle piastrelle lisce quasi di marmo, senza scalini, senza vasi di fiori a intralciare. Ho risposto: avevo una stringa della scarpa sciolta, sono praticamente inciampata su me stessa. Mi sono rialzata e, per diverse settimane, si è fatta una grande ironia sulla chiazza giallo-violacea che mi colorava lo zigomo destro.
Quando ancora le parole uscivano pigre dalla mia bocca, e miei ragionamenti erano poco più che lallazioni, il mio corpo ha cominciato a parlare. L’appartamento in cui vivevamo non era molto grande, ma c’era un quadrato di pavimento, in salotto, in cui passava più aria; il divano, la televisione, il tavolo e la credenza ne delimitavano i confini, costruendo intorno a esso quattro pareti immaginarie. Era l’unico punto in cui, mettendosi al centro, si poteva saltare, allargare le braccia e far svettare con violenza una gamba in alto senza essere castrati dall’incursione fisica della mobilia. Mi posizionavo allora sul mio ring privilegiato, i miei genitori mettevano su un cd e l’impulso musicale mi guidava. Ballavo come fanno tutti i bambini, con uno stile che trascende la tecnica, molleggiando le ginocchia su e giù, e con le braccia alzate, rigide fino agli avambracci, le mani che penzolavano dall’attaccatura dei polsi.
Avevo conquistato il palcoscenico della casa.
A ventun anni, sono entrata in un negozio di ortopedia con mia sorella, e ho chiesto alla commessa un paio di stampelle. La ragazza mi ha detto: se le interessa le abbiamo pure in affitto. Io ho detto: no, mi servono un paio di stampelle da comprare. La ragazza ha detto: se le interessa abbiamo queste in promozione, è una marca sconosciuta ma che si difende. Io ho detto: mi dia quelle più care, non ho voglia di tornare a ricomprarle ogni due mesi. Le ho pagate all’incirca quanto un buon paio di scarpe da punta corredate di nastro. Quando sono uscita dal negozio, la strada per arrivare a casa mi è sembrata improvvisamente lunghissima. Ho avuto l’impressione di trovarmi in una città rimpicciolita, finita dove finivano le possibilità della retina.
L’immenso si accartocciava su una miniatura in scala che non andava oltre gli orizzonti della sua plastica.
A sette anni, i miei genitori mi hanno iscritto a una scuola di danza: non la migliore, quella più vicina a casa. L’insegnante era una donna rossa, non più nel fiore degli anni e con negli occhi la fiamma metà spenta di un’ambizione disillusa.
Io ho amato, di quel posto, i colori pastellati dei fiocchetti rosa e gialli appesi dappertutto, le piccole ballerine di porcellana che ci guardavano dagli scaffali, e tutto quanto di più femminile e vezzoso
potesse far accendere i miei occhi di bambina. Ho amato la presa della sbarra e lo studio di una tecnica implacabile, con una grammatica insormontabile e accattivante, come quella di tutte le lingue straniere. Ma più di tutto, ho amato la grandezza di quella sala, il non dover tornare indietro per ripetere un passo, il non incontrare il legno arcigno del mobile di casa; ho amato il poter proseguire nella continuità della stessa sequenza.
Ho amato con forza quelle tre pareti e quella quarta parete con specchio, che mi invitavano a banchettare con la loro ampiezza.
Il tempo non funziona in modo ordinato. Ci sono tempi lunghi, e ci sono tempi più brevi.
Ad esempio, è stato molto breve quando, a ventitré anni, mi sono presentata dal mio dottore con l’entusiasmo di avere altri due anni da vivere su una sedia a rotelle. Ma il dottore, molto brevemente, mi ha detto: questa volta è meglio che tu affitti, perché la tua sedia finirà nell’angolo tra un mese. Ho affittato la sedia: il mondo, oltre che più piccolo, si è fatto sempre più basso.
Breve è stato anche il tempo nella mia scuola di danza con la sala dai fiocchetti rosa e gialli.
L’insegnante ci ha dato un anno: a me, per testare l’umiltà di un saggio di danza di provincia; ai miei genitori, per digerire la necessità di farmi volare altrove. Dopodiché è stata irremovibile, li ha presi da parte, li ha strattonati per un braccio e ha fatto capire loro che il mio posto era in una sala dall’arredamento più minimalista, senza fiocchetti, senza sconti: ma molto, molto più grande, come un paesaggio che si apriva a vista d’occhio.
Quando avevo ventitré anni e due mesi, si è interrotto l’impulso che permetteva alle mie braccia di spingere le ruote della sedia. Mio padre mi ha preso in braccio e mi ha adagiato sul letto già predisposto, dove sono rimasta docile, in una posa fetale, contratta. Il cuscino era comodo, ma in quella posizione distesa vedevo solo il bianco del soffitto. Allora, gli ho chiesto di alzarmi lo schienale, la mandibola rattrappita e pendente sul lato sinistro, l’articolazione delle parole scompaginata, che aveva ormai perso gran parte della sua marca umana. Mio padre allora mi ha tirato su, e sono rimasta nella mia posizione involontaria, con le spalle dure e bloccate, le braccia morte, la testa inclinata con la vista su un angolo della camera.
Il mio spazio si era ormai ridotto allo spessore di un angolo.
Avevo diciannove anni ed ero Odette, a una première della Scala. A teatro, lo specchio che di norma copre la quarta parete della sala di danza si scopre, e lì c’è il pubblico, eterogeneo, giovane, vecchio, bambino, esperto, profano, concentrato, disattento. Quando sei piccola e ti esibisci, decidi senza timore di rompere la finzione del palco, fai qualche passo in avanti, e saluti con un cenno della mano la mamma, che intravedi nel buio della platea, l’unica che conta. Quando balli per la Scala, il pubblico è un corpo unico, fuso, indistinguibile, un animale vorace in attesa di essere imboccato con il nutrimento del tuo talento. Non si può cercare una sola faccia, non esistono più facce al teatro della Scala, esistono solo occhi che guardano e tu che balli: la stella, la prima, l’infinita.
Di angoli e pareti, di quadrati e diagonali, non mi è rimasto che un punto. Un punto fermo, rotondo, che inizia e termina su se stesso. Ho smesso di parlare. La mia bocca si è fermata. Si è fermata la plasticità della fronte corrugata, il labbro intrappolato fra i denti per pensare. Il collo di piede è un’asta rigida, i muscoli si sono ritratti come rami secchi. Sono Odette, vittima di una maledizione,
per sempre cigno; ma sono anche Odile, la nemica di me stessa che è sempre me stessa, l’involucro opaco che copre lo splendore. Un’immobilità regina mi domina e mi fa ogni giorno più piccola. Ogni giorno mi sveglio, statica, già pronta per pensare. Ogni giorno mi rannicchio di un millimetro in più, senza un lamento, sull’unico spazio che mi è concesso.
Come l’universo, il mio spazio è esploso e si è preso l’infinito possibile dell’esistenza; come tutte le cose finite, poi, si è contratto in un moto all’indietro, fino a tornare a quell’oceano tiepido, chiuso, embrionale, in cui tutto era energia in potenza. Con gli occhi, ultima forza danzante del mio corpo, sbatto le palpebre e batto i secondi di un tempo in cui si può solo aspettare. In questo tempo, aspetto che la ciclicità delle cose umane cambi di nuovo direzione, che riprenda la sua perpetua spinta espansiva, e che mi riporti di nuovo a ciò che sono stata: infinita.